Fascite plantare o fasciosi?

Lungo ma vale la pena: il Rolfing scomunica le terapie piú comuni sulla fascite plantare e parla di fasciosi. Tipicamente invece di lavorare dove é il dolore va alla radice del problema. Ma non basta. Se non si fanno anche i tibiali , siamo daccapo. (Solo Dalton accenna a un lavoro sui tibiali ma lo esegue malissimo.)

 

Approfondiamo

1. Fascite plantare: è un insieme di sintomi dolorosi a carico della fascia plantare specialmente a livello del calcagno.
La desinenza in -ite definisce un’ infiammazione che nasce da continui microtraumi.
Spesso non c’è alcuna infiammazione ma solo dolore all’ appoggio.
E dunque?
Dunque se si deve escludere la fascite siamo di fronte a un problema degenerativo, un’alterazione del tessuto che compone la fascia, ossia una fasciosi.
Il tessuto diventa sofferente per la scarsità di irrorazione e di ricambio. Diventa inerte. La mobilità si fa difficile e vengono investire altre strutture per/con la retrazione dei muscoli della fascia plantare e del polpaccio.

2. Ma questo accorciamento è una conseguenza o la causa?
Vediamo corpi sempre seduti, archi plantari cavi o piatti alla nascita, l’uso di tacchi alti o di scarpe piatte, persone che stanno molto in piedi o camminano su superfici dure per lungo tempo e anche il terribile uso delle sneakers  che non permettono la flessione (e il respiro!) del piede e/o della caviglia. [Ci pensino le mamme, raramente c’è stata una scarpa peggiore dal punto di vista fisiologico, checchè ne dicano aziende e tecnici.]

3. Alcuni autori in Skeletal Radiology dimostrano che la fasciosi plantare è dovuta all’atrofia muscolare a livello dell’ adbuttore del quinto dito. L’ abduttore del quinto
eccolo qui:

Aggiungiamo che questa situazione possiamo benissimo trovarla uguale sull’arco interno. E lì viene giustamente accusato il tibiale anteriore. Un tibiale debole non sostiene l’arco e per di più limita il movimento creando un passo più corto. E questo accorcia ulteriormente i muscoli di tutto l’arto. Proviamo a camminare accorciando il passo: che succede al bacino? All’ elasticità, lo slancio di innalzamento dell’ avanzare, quello che dovrebbe sfruttare la gravità? Non ci sentiamo forse “tirati verso il basso”? Ecco dal piede siamo arrivati al core..

4. Normalmente a questo punto ci prescrivono radiografie, scoprono l’osteofita e lo incriminano. Si propone prima la medicina fisica (laser, ultrasuoni..) o/e la chirurgia.
E si entra nel tunnel del “piede perso” perchè è ben difficile che c’entri l’osteofita che di per sè, nella maggioranza dei casi, è asintomatico.

5. Allora che si fa? Cominciamo a rifletterci su quel piede e quei muscoli. Che sia l’abduttore del mignolo o quello dell’ alluce, che sia pure il flessore breve, li percorriamo all’ indietro e andiamo alla sofferenza di una caviglia rigida causata dall’accorciamento di tibiali e peronieri.
Non abbiamo tempo nè la formazione per cominciare a includere la meccanica del bacino, l’anca, la gravità? Se l’avessimo non staremmo qui a leggere questo 🙂
Quindi per ora mettiamo il paziente supino e cominciamo il nostro deep separando i comparti della gamba. Non dimentichiamo che la sessione laterale è indispensabile.

Prendiamo ispirazione da Lill Luchau

E il piede viene (se viene) per ultimo.