Sindrome di Caregiver

Sindrome di Caregiver

Un giorno una allieva si stupisce della mia frase “il massaggio é manipolazione, esistono molti terapisti che non sono massaggiatori ma sono manipolatori ossia risolvono i propri problemi attraverso l’altro”.
Cosa intendevo dire. Che molte persone si avvicinano al mondo del massaggio perché “mettere le mani sull’altro” risolve dei loro problemi.
Questi possono essere, se va male erotici, di sopraffazione, di potere ma piú comunemente entrano nel bisogno di sentirsi accuditori quando non si é stati accuditi.
E’un classico il genitore che dice “voglio che mio figlio abbia quello che non ho avuto io” ma il “quello che non ho avuto” quasi sempre é abbastanza distante da quello che vuole il figlio mentre é molto vicino a quello che é il bisogno del genitore. Ecco, succede qualcosa di simile: il deficit del terapista va a carico del paziente.
Credevo di aver detto una cosa banale ma mi sono resa conto che per qualcuno non lo é affatto, che la psicologia legata al toccare é una zona pochissimo esplorata.
Inizio allora con un breve scritto a proposito del burnout del terapista.
L.D.

Sindrome di Caregiver

Caregiver non é una persona, é una occupazione e la sindrome consiste in tutta quella serie variegata di disturbi che si manifestano talvolta in persone che devono farsi carico o prendersi cura di altri.
Molto nota a chi in famiglia deve accudire malati di Alzheimer, malati cronici, terminali o comunque situazioni che chiedono molto. Ovviamente un “molto” relativo alle possibilitá della persona e non alle aspettative del paziente o del compito in sé.
La sindrome é meno nota, se non sottovalutata, in chi lo fa per professione, infermieri, medici, volontari perché possono affiancare a questa una vita esterna gratificante o una sindrome reattiva come ad esempio la routine, l’indifferenza o l’anestesia emotiva.
Quasi per nulla é nota a chi si occupa di benessere, massaggi, training, allenamento, accudimento corporeo e tutte quelle variabili in cui non abbiamo a che fare con una situazione clinica.
Invece é proprio la sottovalutazione o la non conoscenza che spinge il professionista a ritrovarsi dentro senza darsene una ragione.
Che succede. Nella stragrande maggioranza dei casi la sequenza delle cause – effetto é abbastanza configurata. La persona viene da noi e ci racconta i sintomi. Abbiamo per lo piu’ tre modalitá salienti:
a. rovescia sul tavolo un tale flusso di sintomi che non sappiamo pié da che parte approciare la situazione. In psicoanalisi si direbbe che il paziente ha vomitato sul lettino e che affida a noi il suo vomito da pulire. Il che svaluta il professionista, lo mette in difficoltá, gioca a “vediamo se sei capace” e al contempo nasconde i sintomi veri, importanti in una nebulosa. E’un paziente con un problema di potere. Non vuole né mettersi in mano a qualcuno, né riconoscere che qualcuno puo “mettere le mani” su di lui. Di solito é una situazione perdente per il terapista a meno che non ci si trovi, appunto, in psicoterapia.
b. asserisce di stare bene, sminuisce l’evento o il dolore, talvolta non lo racconta affatto. Piano piano lo fa emergere, un pezzetto alla volta. O lascia che lo scopriate. “Ma questa cicatrice?” “Ah sí ho avuto una frattura alla clavicola, ma ero piccolo”. Come se avesse timore che esponendo/si sarebbe rifiutata. E’vero, a volte lo fanno anche persone isolate, timide, ansiose ma lí lo capiamo benissimo, lí é difficile che la situazione abbia risvolti preoccupanti una volta che la persona si sente accolta e rassicurata. Il problema nasce con chi non dice perché “sa” [che é diverso da “teme”] che se lo facesse sarebbe rifiutata. Il suo intero infatti rivelerebbe una persona divorante. E’quella che non accetta che la seduta abbia un tempo elastico, che alla fine, quando abbiamo fatto tutto il possibile o comunque tutto il corretto in quella situazione, dice “ho ancora un dolorino qui, puó vederlo?” ignorando la sala d’aspetto, il nostro tempo e i propri tempi tecnici di incorporazione, assorbimento, elaborazione e guarigione.
c. ha un problema ma é inguaribile. Inguaribile di fatto o inguaribile psicologico. In questo secondo caso torniamo parzialmente ad a. ma con meno sfida. “nessuno mi puó aiutare” e lo sfondo é “vengo da te ma sappi che io resto comunque piccolo e bisognoso, qualunque cosa tu faccia”.
Queste tre modalitá non sono mai rigidissime, questo é solo un possibile schema per capire che cosa puó succedere.
Il terapista che non sia consapevole dei processi emotivi propri (prima di tutto!) come dell’altro, ne ricava depressione, ansia, rabbia e la sua salute ne risente. Puó avere avere solo ansia o solo sentimenti di rifiuto per quel paziente, cose che lo faranno lavorare male ed allontanare dai risultati. Ma in progressione puó avere un nodo alla bocca dello stomaco, diarrea, nausea, pianto, slogarsi un dito o mandare in confusione l’agenda, ecc. Tutte punte di un iceberg di volta in volta attribuite non al lavoro ma a questo o quello. Bene che vada addossate allo stress. Il rischio é che nascondendosi si finisca nel burnout.
In questo percorso di sintomi peró il mondo continua a girare, si deve lavorare, affrontare scadenze, pagamenti, appuntamenti, impegni, vita privata… tutto assieme.
Credo fortemente che aiutare qualcun altro sia un buon modo per tenere la mente fuori dai propri problemi. Aiutare gli altri a volte é quasi come una meditazione, si esce dal proprio mondo per entrare in uno spazio che é quello dell’altro, dove tutto é oggettivo e relativamente implicante. Ma se non lo é, se l’implicazione prende il sopravvento, allora non siamo piú helper, non piú terapisti, ma persone che si lasciano agganciare. E il gancio va analizzato. Cosa sta facendo l’altro é solo il primo step, tutta la scala é fatta di “dove mi ha preso all’amo e perché; come ho reagito e perché”. Solo alla fine esiste il “come ne esco” e a volte non esiste, a volte la cosa saggia é rinunciare a quel paziente. Anche se ci costa. E a volte non solo economicamente ma anche emotivamente perché é un amico, un parente, una persona comunque che ci implica.
Uno dei segnali piú riconoscibili della contaminazione é quando si hanno gli stessi sintomi. A volte non ci si crede e si attribuisce alla casualitá ma avviene quella che una certa new age definisce “assorbire le energie negative dell’altro”. Non si assorbe nulla, é una questione reattiva e non consapevole della psiche, traducibile con “ti aiuto fino a diventare come te” o “prendo io su di me il tuo carico purché tu guarisca” e variabili di questo tipo. Si aggancia sul nostro bisogno di aiutare, di curare, di sentirsi validi professionisti, in pace con sé, di aver dato tutto il possibile, di assolversi.
E sulle assoluzioni da chi e da cosa, si aprirebbe il librone nero che ognuno ha in fondo ai propri spazi interiori 🙂
Faccio un piccolo inciso sul paziente che induce questa reazione. E’quello che, se per caso facciamo una smorfia perché il caffé é senza zucchero, dice “eh anche lei, é un riflusso esofageo come il mio”. Appartiene alla pratica “ti inglobo, ti digerisco e sparisci” che, a sua discolpa, ha anche un rovescio “se tu sei come me e tu sei sano, forse guarisco anche io”. Rovescio minoritario rispetto alla consumazione del terapista 🙂
Davanti al nostro burnout e’ molto facile  per le altre persone dirci “Tu devi prenderti cura di te stesso. Devi fare il tempo per te stesso.”( Personalmente direi che é arrogante)
La posizione professoral-genitoriale degli altri non aiuta, anzi peggiora la situazione.
Perché. Perché é un “tu devi/dovresti”, é un compito e una valutazione quando la nostra necessitá é essere sollevati dai compiti e non giudicati. NON é  un “consiglio d’amico”, ne ha solo il vestito. E’ invece una ulteriore presa di potere dell’altro su di noi, ci dice-lui che sa (sa?)- cosa dovremmo fare, introduce una norma, una regola quando é esattamente il nostro senso delle regole, della disciplina, del dovere che ci fa stare male. E’come curare un drogato con la cocaina e lui é un pusher. Per lo piú é in buona fede, a sua volta probabilmente é un helper in fase proiettiva: dice a noi cosa dovrebbe fare lui. 🙂 ma qui il discorso diventerebbe molto lungo e andrebbe fuori dai binari.
Quindi sí, é difficile per un caregiver prendersi cura di sé quando il proprio obiettivo é quello di prendersi cura di qualcun altro.
Il che fare. Non esiste un che fare univoco. Dipende dalla storia dei singoli, dove il problema si innesta e mette radici, quanto una persona si conosce, da quanto sa di psicologia, da quanto é in grado di gestire le situazioni. Ovviamente in un epoca di epidemia di narcisismo é difficile che le persone ammettano di non conoscersi o di avere deficit finché non sono nei problemi fino al collo. E anche allora é piú facile che cambino professione invece che affrontare sé stessi.

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